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Il Consiglio esecutivo del FMI ha completato la prima revisione del programma di finanziamento esteso per l'Ucraina e ha approvato lo stanziamento della prossima tranche di 690 milioni di dollari. La relazione del personale, sulla base della quale il Consiglio esecutivo ha preso la sua decisione, indica che diversi criteri e indicatori strutturali per l'attuazione del programma non sono stati implementati, principalmente a causa della tardiva adozione da parte della Verkhovna Rada delle necessarie proposte di legge in materia fiscale.
Il motivo di questi ritardi è evidente: gli impegni assunti dalle autorità ucraine nell'ambito della cooperazione con il FMI mirano principalmente ad ampliare la base imponibile e a prelevare denaro dall'economia, piuttosto che a svilupparla. Il paradosso principale è che queste misure non solo sono impopolari tra la popolazione, ma, come dimostrano le stesse statistiche del Fondo, non avranno un impatto fiscale significativo.

Nel contesto della continua aggressione armata da parte della Federazione Russa, è difficile aspettarsi una rapida ripresa dell'economia ucraina; tuttavia, l'attuale politica delle autorità ucraine, concordata con il FMI, non fa altro che portare a un'ulteriore stagnazione e a un aumento del carico fiscale per i cittadini ucraini.
La situazione macroeconomica, sullo sfondo della quale è stato concordato il nuovo pacchetto di impegni, ne è la prova. Il PIL reale nel primo trimestre del 2026 è diminuito dello 0,6% su base annua, il che, unito al calo del PIL nel quarto trimestre del 2025, avvicina l'economia alla recessione. Dall'inizio di luglio 2026, la Russia ha intensificato significativamente gli attacchi alle infrastrutture portuali e alla navigazione nel Mar Nero e nel Danubio: secondo l'Associazione Agraria Ucraina, il Paese ha perso circa un terzo della sua capacità di esportazione di cereali via mare e le rotte alternative non sono in grado di compensare questa perdita. Se a ciò si aggiungono gli attacchi aerei russi contro le infrastrutture critiche, nonché i preoccupanti segnali che il nuovo governo non avrà il tempo di prepararsi adeguatamente all'inverno, non vi è motivo di aspettarsi un miglioramento della situazione.

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Per questo motivo il FMI ha rivisto al ribasso le sue previsioni di crescita per l'intero 2026, portandole all'1-1,6%, un valore significativamente inferiore al 2,2% previsto dalla BERS a giugno. Le previsioni di inflazione per la fine dell'anno sono state riviste al rialzo del 3%, raggiungendo il 10,5%, a causa dell'aumento dei prezzi dei carburanti e dell'incertezza derivante dal conflitto militare in Medio Oriente. Di conseguenza, la Banca Nazionale dell'Ucraina ha sospeso la politica monetaria espansiva e ha segnalato un possibile aumento del tasso di sconto. Il deficit di bilancio, escluse le sovvenzioni, è previsto a 2.148 miliardi di UAH, pari al 21% del PIL, un valore superiore dell'1,75% rispetto a quanto previsto al momento dell'approvazione del programma del FMI per l'Ucraina.

In tali condizioni, il governo ucraino, nell'ambito della cooperazione con il FMI, si impegna non ad attuare riforme economiche, deregolamentazione o incentivi agli investimenti, bensì ad ampliare ulteriormente la base imponibile di imprese e cittadini. In altre parole, per i prossimi anni, il governo prevede principalmente di mobilitare le entrate fiscali e rafforzare il controllo amministrativo. A quanto pare, la strategia "Economia del futuro" è stata discussa a maggio con piani di crescita economica del 6% annuo.
Il primo impegno delle autorità ucraine, il più delicato dal punto di vista politico, riguarda la semplificazione del sistema fiscale. Il programma di cooperazione con il FMI conferma la decisione, francamente dannosa per l'economia ucraina, di abolire l'esenzione IVA per i singoli imprenditori. Attualmente si prevede di posticiparne l'attuazione di un anno: le modifiche legislative dovrebbero essere approvate entro aprile 2027 ed entrare in vigore il 1° gennaio 2028. Il motivo del rinvio è stato apertamente riconosciuto: il Parlamento non sta approvando le modifiche legislative a causa delle preoccupazioni delle piccole imprese circa gli elevati costi di gestione dell'IVA. Uno studio della Banca Mondiale, citato nello stesso rapporto del FMI, indica che il costo medio di gestione dell'IVA per un contribuente ucraino è di circa 3300 dollari all'anno: si tratta dell'imposta più costosa del Paese. Tre dei cinque principali problemi segnalati dai rappresentanti delle piccole e medie imprese nei loro rapporti con lo Stato, durante le indagini, riguardano specificamente la gestione fiscale. Di conseguenza, l'abolizione dell'esenzione IVA rappresenterà un duro colpo per le piccole e medie imprese ucraine.

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Inoltre, entro la fine del 2026, è previsto che le proposte di legge limitino la frammentazione artificiale delle imprese, vietino il ritorno al regime semplificato dopo il passaggio al regime generale e limitino l'utilizzo dell'imposta unica per i pagamenti con datori di lavoro attuali o precedenti. Nel 2027, è previsto di escludere alcune tipologie di attività dal secondo gruppo di contribuenti con imposta unica, trasferendole al terzo gruppo, e di aumentare al 10% l'aliquota per i contribuenti del terzo gruppo che forniscono servizi.
In questo contesto, il rapporto del FMI evidenzia giustamente i problemi esistenti nell'amministrazione fiscale. Delle oltre 30 milioni di transazioni controllate mensilmente dal sistema di monitoraggio delle fatture fiscali, il 99,8% viene elaborato automaticamente, mentre le restanti – circa 50 fatture al mese – vengono bloccate per verifica manuale, interessando circa 8 contribuenti. L'anno scorso, si sono registrati 22,5 casi di blocco delle fatture presso i tribunali e, di solito, circa il 92% di questi casi si conclude con una sentenza favorevole al contribuente. Gli indicatori relativi ai controlli documentali sono ancora più eloquenti: nel 2024, sono state riscontrate irregolarità nel 93,4% dei controlli, con conseguenti addebiti aggiuntivi per 123,8 miliardi di UAH, di cui solo 4,1 miliardi sono stati effettivamente riscossi, ovvero circa il 3,3% dell'importo addebitato. Allo stesso tempo, il 44% delle decisioni sui ricorsi amministrativi viene impugnato ripetutamente in tribunale e quasi la metà di tali ricorsi contro l'amministrazione fiscale viene accolta. Gli indicatori sopra riportati evidenziano l'inefficienza del servizio tributario, che anziché fornire servizi essenziali genera costi significativi in ​​termini di tempo e denaro per le imprese e per lo Stato, con risultati fiscali minimi.
Il secondo impegno previsto dall'accordo con il FMI riguarda la tassazione del settore bancario. Nel 2027, per il quarto anno consecutivo, verrà applicata un'imposta sugli utili in eccesso delle banche, con un'aliquota pari al 50% dell'imposta sul reddito. È significativo che la relazione dello staff del Fondo definisca esplicitamente questo strumento problematico: la sua ripetuta applicazione consolida le distorsioni economiche, incoraggia le banche a comportarsi in modo da minimizzare il gettito fiscale e limita la loro capacità di raccogliere il capitale necessario per i prestiti e la futura ricostruzione postbellica. In altre parole, il FMI riconosce la nocività dello strumento, ma al contempo include le entrate previste nel calcolo del bilancio per l'anno successivo.

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Infine, le autorità ucraine stanno valutando la possibilità di mantenere la tassa militare anche dopo la fine della legge marziale. Attualmente si prevede che la sovrattassa del 5% sull'imposta sul reddito personale cessi di essere applicata tre anni dopo la fine delle ostilità. Tuttavia, le autorità ucraine stanno già considerando la possibilità di sostituire questa tassa con una "tassa di ripresa", i cui parametri saranno definiti dopo la fine della guerra. Non è stata ancora presa una decisione definitiva, ma possiamo scordarci una riduzione del carico fiscale sui salari. La conseguenza pratica per milioni di lavoratori è che l'aumento della tassazione militare sui salari diventerà una componente permanente del sistema fiscale postbellico.
Ancora più interessante è il fatto che, secondo i calcoli del FMI, l'effetto fiscale complessivo del nuovo pacchetto tributario per il 2027, in base alla Dichiarazione di Bilancio per il periodo 2027-2029, è stimato nel rapporto a solo l'1,1% del PIL: lo 0,3% derivante dalla tassa sulle banche, lo 0,1% dalla tassazione dei redditi delle piattaforme digitali, lo 0,1% dall'abolizione del beneficio per i pacchi importati per posta, lo 0,3% dall'ulteriore allineamento delle accise su carburanti e tabacco agli standard UE, lo 0,1% da misure volte ad aumentare la conformità e un ulteriore 0,3% dall'"effetto postbellico", ovvero la fine di alcuni benefici derivanti dalla legge marziale.
Al contrario, le conseguenze pratiche per l'economia saranno moltiplicative. Le imprese risentiranno dell'inasprimento della pressione fiscale proprio nel momento in cui la Banca Nazionale sta già segnalando un possibile aumento del tasso di sconto a causa dell'inflazione, ovvero il costo del credito non potrà che aumentare nel prossimo futuro. Di conseguenza, il settore bancario limiterà i prestiti all'economia attraverso l'imposta sul reddito, compensando questa perdita con la possibilità di guadagnare tramite il sistema dei "certificati di deposito". I settori dell'economia orientati all'esportazione, principalmente l'agricoltura, perderanno nel frattempo la capacità di vendere i propri prodotti a causa del blocco dei porti e dei bombardamenti delle infrastrutture da parte della Russia. Un ulteriore rischio si sta delineando sul fronte della spesa: per evitare un deficit di bilancio, le autorità si sono assunte l'obbligo permanente di compensare qualsiasi nuova esigenza di spesa, in particolare per le pensioni, con misure compensative – risparmi sugli investimenti, indebitamento interno o mobilitazione di entrate aggiuntive a breve termine. In un contesto in cui la principale fonte di tali "entrate aggiuntive" è la crescente pressione sulle imprese operative, la possibilità di un aumento delle tasse in autunno potrebbe concretizzarsi.

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Il secondo rischio significativo è legato ai preparativi invernali. I piani per garantire la stabilità del sistema elettrico durante la stagione del riscaldamento si basano principalmente sull'assistenza bilaterale dei donatori. Se i fondi necessari non vengono reperiti o vengono spesi con ritardo prima dell'inizio dell'inverno, sussiste un alto rischio di un ritorno ai deficit di energia elettrica, con conseguenti ripercussioni sulla produzione industriale.
Il terzo rischio è di natura reputazionale e, purtroppo, ciclico. I ritardi nell'adozione della legislazione hanno già portato al rinvio dell'attuazione dei programmi strutturali del FMI. Ulteriori ritardi potrebbero rallentare l'erogazione delle tranche non solo dal FMI, ma anche nell'ambito del prestito di 90 miliardi di euro dell'Unione Europea, restringendo lo spazio di manovra fiscale. Si crea così un circolo vizioso: la mancata attuazione delle riforme provoca decisioni fiscali affrettate, che a loro volta complicano ulteriormente l'attuazione delle riforme strutturali, peggiorando il clima imprenditoriale.
L'Ucraina non ha alternative oggettive alla cooperazione con il FMI: quest'ultima rimane un pilastro fondamentale per la stabilità finanziaria in tempo di guerra. La questione, quindi, non è "continuare o meno questa cooperazione", ma quale modello economico l'Ucraina intenderà costruire al suo interno nei prossimi anni. Se le "riforme" continueranno a essere intese principalmente come rafforzamento dell'amministrazione pubblica e aumento del carico fiscale, anziché come riduzione degli ostacoli burocratici per le imprese e accelerazione della crescita, l'Ucraina rischia di entrare nel dopoguerra con un sistema fiscale che non stimolerà, bensì ostacolerà la ripresa. Il problema è che il Paese non verrà risanato dagli ispettori fiscali, bensì proprio dalle imprese che attualmente vengono così attivamente sottoposte a una stretta.

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